Scrivere un suono

Come si scrive di musica? Non lo so, forse è per questo che lo faccio ininterrottamente dal 2012. Scrivere per me è prima di tutto domandarsi, è una forma di riflessione solitaria, in cui si cerca di fotografare l’esperienza in atto.

Una volta ho suonato il sassofono è il contenitore di lunghe discussioni notturne con gli amici, infiniti scambi di vocali con colleghi critici, insonni sessioni di lettura in cui la scrivania sembra l’unica cosa illuminata del paesaggio. Che poi queste siano nella forma di recensioni, video, audio, lo ritengo irrilevante, ciò che importa è che ci sono per creare dibattito, rilanciare interrogativi invece di adagiarsi in risposte effimere.

Secondo Mano Sundaresan, attuale caporedattore di Pitchfork, è necessario che un critico sia «sempre abrasivo, come carta vetrata», anche quando sta giudicando positivamente un’opera. Così si dovrebbe scrivere di musica: mettendo al centro il lettore e la sua esperienza. Non dobbiamo spiegare l’ovvio noi critici, per quello ci penseranno le AI e quel vecchio giornalismo che ormai non legge più nessuno, dobbiamo cogliere il momento in cui il suono irrompe nel presente e lo racconta. Non è facile, ma è sicuramente più utile dell’ennesima recensione da 400 caratteri con il voto espresso in stelline.

★☆☆☆☆

★★☆☆☆

★★★☆☆

★★★★☆

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Altri artefatti

Qui su Substack conduco anche la redazione di Ubu Dance Party e curo un settimanale di marginalia sul mio mestiere che si chiama Digressioni. Dal 2017 sono nel nucleo redazionale di Altre Velocità. Fra le altre cose, ultimamente ho scritto anche per La Falena e Golem; nel frattempo ho curato un canale YouTube. Sono stato dramaturg per il festival Contemporanea di Prato, e sempre per il Teatro Metastasio conduco il laboratorio di critica per l’Università di Firenze (Nebulosa) e i laboratori dedicati alle Scuole Secondarie di Prato.

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Musica rock e altri derivati altrettanto caustici.