Un’ultima, definitiva, parola su Sanremo
Gli scioperi del ’43 misero in ginocchio l’industria siderurgica ligure, finita la Seconda Guerra Mondiale anche la cantieristica navale era ai minimi termini di produttività, in un panorama di dismissione che preoccupava le famiglie e gettava un’ombra scura e fitta sulla provincia di Imperia. Secondo la politica locale il rilancio della regione doveva passare dalla valorizzazione della stagione estiva, ancora la RAI non aveva coniato programmi come “Campanile sera”, e molte località italiane vivevano di un turismo rarefatto e stagionale. Insomma, non c’era davvero alcun motivo per andare in Liguria una volta chiusi gli ultimi ombrelloni sulle spiagge. Nel 1951 esce nelle sale Achtung! Banditi! di Carlo Lizzani, critico cinematografico, sceneggiatore e nel tempo libero anche regista, un racconto spietato della resistenza ligure a cui lo stesso Lizzani aveva partecipato, uno stile che ben presto qualcuno avrebbe chiamato neorealista. Una giovane Gina Lollobrigida cammina in mezzo a macerie che sono ancora ben visibili fuori dal cinema, alla ricerca di una identità partendo dal ricordo della lotta, dalla liberazione da una dittatura.
Proprio per cercare di alimentare un po’ di turismo fuori stagione e per definire quell’identità che la Liguria stava cercando, nasce proprio nel ’51 il Festival di Sanremo, una kermesse che inizialmente ha solo marginalmente lo scopo di sfruttare la crescita del mercato discografico, lanciando nuove voci e nuove mode. I primi passi di Sanremo coincidono con il fiorire dell’industria musicale, l’RCA era nata nel 1949 e lo Stato tramite l’organizzazione a tappeto di eventi dal vivo e con il coordinamento della radio, cercava di sostenere questo nuovo mercato nascente. Dai 5-6 milioni di dischi venduti del 1954 si arriva all’estate del ’66 a 33,5 milioni in tutta Italia, segnando così una frattura generazionale irreparabile tra chi riteneva che la musica fosse un’esperienza da fruire dal vivo e chi, come i giovani, amava la possibilità di riascoltare lo stesso brano più e più volte. A parte i pochi che potevano permettersi i 33 giri, dove veniva registrata perlopiù la musica classica, la vera rivoluzione avvenne con i giovani e i 45 giri. Le radio furono i principali promulgatori delle novità discografiche, la TV italiana invece s’impose fin da subito una direzione più conservatrice, in linea con i severi dettami della Democrazia Cristiana, capace di riconosce le nuove mode (come quella nascente del rock and roll) tentando al contempo di istituzionalizzarle, creando un imbuto dal quale si poteva entrare solo sotto determinate condizioni.
In poco tempo si fanno strada i grandi gruppi editoriali a divorare quel che c’è da spartirsi di questo nuovo fremente mercato. EMI, Ricordi, RCA, Messaggerie Musicali, Ri.Fi., saranno i primi assoluti dominatori del panorama discografico, e mentre lo Stato cercava di lucrare da questa situazione (appena s’intravide la possibilità furono infatti applicate diverse forme di tassazione ai dischi, arrivando a sfiorare il 20% negli anni ottanta) parallelamente nasceva anche la prima pirateria musicale. Fino agli anni ’90 la RAI avrà un’importante voce in capitolo sul mercato musicale, ma dopo la nascita nel 1992 del FIMI (Federazione Industria Musicale Italiana, che rappresenta di fatto il mondo distributivo italiano) e la crisi del settore con l’avvento del digitale, la sua funzione si è sempre più affievolita, lasciando Sanremo da solo come unico evento di punta dell’intera programmazione musicale. Dopo anni di festival, di Cantagiro, di proposte similari della concorrenza, ne rimase solo uno. Non necessariamente il migliore.
Fin dalle sue origini, legate strettamente al bel canto per poi virare sul cantautorato, Sanremo non ha mai fatto parlare di sé per la musica, ma per l’elemento spettacolare che fin da subito lo circonda, dal gossip fino ai colpi di scena in diretta televisiva, superando momenti di crisi (per diversi anni in TV si poteva vedere solo la finale) e creando attorno a sé un mito che ha travalicato le Alpi, diventando un punto di riferimento per kermesse simili, come l’Eurovision. E proprio come l’Eurovision anche Sanremo si pone lo scopo di tracciare nuove tendenze o eventualmente di rilanciare vecchie fiamme, senza prendere in considerazione il gusto o i trend realmente emergenti, ma cercando di forzarli nella direzione prediletta dalle major.
Questa forzatura si è esacerbata negli anni non solo per le esclusioni clamorose (Fabrizio De André, Pino Daniele, Edoardo Bennato, Fabri Fibra, e tanti altri autori molto popolari nelle classifiche italiane) ma sopratutto per la tendenza del mercato in relazione al festival. Secondo la FIMI, negli ultimi cinque anni le canzoni portate al festival hanno vissuto un importante aumento degli ascolti in streaming (+463% in media) riuscendo da sole a rappresentare il 2% dell’intero mercato musicale. Sarebbe assurdo allora se le etichette invece di guadagnare fantasilioni da questo baraccone, ci perdessero dei soldi, giusto? Sarebbe quasi irresponsabile. Sarebbe quasi un residuo nostalgico di un’idea di mercato in cui è meglio esserci che non esserci, a prescindere dal guadagno, puntando tutto sulla visibilità. Ma nessuno sano di mente crederebbe a questa ipotesi, tanto anacronistica e tanto imbecille pare, giusto? E invece tra promozione e marketing alla fine della fiera, l’impatto totale del festival sull’industria discografica nazionale è di appena l’1,5%. Questo a dimostrare che Sanremo non è il termometro dello stato della musica italiana, perché se lo fosse allora sarebbe il caso di chiamare il prete per l’estrema unzione.
Per quanto FIMI voglia venderci questa crisi come un cambio di paradigma del mercato, al quale Sanremo risponderebbe confermandosi come un punto fermo della cultura musicale italiana, la verità è che in 75 edizioni, solo due volte la canzone vincitrice del festival è finita in cima alla classifica dei singoli più venduti in Italia, storicizzando la poca influenza sui gusti a lungo termine degli ascoltatori. Canzoni come 24mila baci di Adriano Celentano, secondo in classifica nel 1961, a fine anno restò piantata al 17esimo posto della classifica. Vi lascio un pratico link a un grafico fornito dal Sole 24 Ore in cui si incrociano i dati tra performance all’Ariston e le effettive vendite dei dischi. Sebbene nelle direzioni di Amadeus, dal 2020 al 2024, il conduttore e DJ romagnolo sia stato capace di invertire una tendenza storica, avvicinando davvero i giovani al Festival, resta comunque un abisso tra quello che i giovani ascoltano in Italia e l’imbuto sanremese. Ma grazie a questo svecchiamento (nel 2024 il podio è stato tra i più giovani di sempre) i numeri sono in crescita, e in confronto a vent’anni fa Sanremo è riuscito a trovare una sua centralità culturale in un certo tipo di dibattito, anche se davvero poco di tutto questo ha a effettivamente a che fare con la musica.

Perfino la polemica sugli autori di quest’anno, ovvero il fatto che siano pochi e che scrivano in modo fin troppo riconoscibile, non ha niente di musicale. La musica che sia autoriale o meno si valuta per la qualità, non certo per la firma in calce presentata su apposito documento depositato alla SIAE, eppure questo fatto ha smosso certa opinione pubblica conservatrice che ha combattuto in passato per il riconoscimento dell’autorialità, ma è altrettanto dimentica che non è certo la prima edizione a presentare un manipolo di autori che dirigono la scrittura dei brani per conto delle etichette che li hanno ingaggiati. Al contrario è sempre più evidente nelle giovani generazioni l’allontanarsi dall’autorità che implica l’autorialità, e quindi di affermare il proprio lato artistico in modo meno dogmatico. L’iper-produzione delle scene elettroniche o il bedroom pop/rock/punk su Bandcamp, l’uso di stock e campionature immediatamente riconoscibili, l’immersione in linguaggi frammentati e dispersivi, sono tutti elementi che confermano la liquidità con cui viene interpretato il ruolo dell’autore musicale oggi, meno altezzoso e prepotente, l’opposto di quello cantato da Bennato nel 1976.
Sanremo è un esempio plastico di iper-ottimizzazione dei consumi. Warner, Sony e Universal hanno standardizzato i generi presenti durante il Festival e stanno abusando dei processi logaritmici per massimizzare gli ascolti, favorendo soluzioni armoniche/melodiche che s’incastrino bene su TikTok o sui Reels di Instagram. C’è un florilegio di tesi di laurea e di articoli sull’analisi della lingua e del costume italiano attraverso le canzoni di Sanremo, e quasi nessuna analisi che ne esplori le conseguenze sulla storia della musica italiana, dandoci un’altra prospettiva su quanto Sanremo sia un ottimo modo per studiare i valori di una nazione, il suo modo di presentarsi all’estero e la sua auto-fiction rivolta agli spettatori italiani, e quanto poco invece rispecchi il gusto nazional-popolare di cui dovrebbe farsi portavoce secondo i suoi sostenitori.
Perché alla fine questo è Sanremo, lo specchio di una nazione, di ciò che riteniamo elegante e presentabile, ciò che pensiamo sia di buon gusto, di come rappresentiamo i giovani, di come il potere si veste e si racconta attraverso i media che controlla. E ancora più interessante risulta ciò che sul palco non c’è, quello che non si dice, quello che consapevolmente si esclude dal grande racconto per non rovinarne la pantomima. Personalmente non credo che Sanremo, così come qualsiasi altro momento conviviale fornitoci dalla Televisione di Stato, sia inutile o dannoso, semplicemente è l’evento di gala di tre etichette discografiche, ma credere che questa inebriante festa abbia qualsivoglia valore per segnare lo stato della musica o una sua traiettoria, è davvero un grosso abbaglio.
E questa è la prima e ultima volta che scrivo su questo blog di questa buffonata di Festival che non è un festival ma un concorso, che non è musicale ma spettacolare, e che prendere sul serio è sintomo di troppo tempo libero. E no, non ci ho fatto un video perché sarebbe stato ridondante con quello sui Grammy.



