Jack White – No Name
Parliamo adesso del buon vecchio rock. Quello fatto di riff di chitarra, 4/4, assoli elettrici e del mondo che va sempre più in malora. Jack White è una delle massime espressioni di questa idea, 49 anni e ne ha solcate di sale concerto, dai puzzolenti bar di Detroit fino al tempio massonico in città, il più grande del mondo. Fin da pischello sgomitava tra le band locali come batterista, dicono abbia studiato anche il trombone, ma non fa mistero con nessuno che il suo sogno, fin da quando ha nove anni, è la chitarra. Presta le sue doti in diverse band: Two-Star Tabernacle, The Hentchmen, Googer & the Peas, Upholsterers, incontra Meg nel ristorante dove lei lavora, nel 1996 si sposano. Nel 1999 esce per SubPop “Whatcha Doin’” il primo album dei The Go sotto lo sguardo ipnotizzatore di Kim Fowley, c’è White alla chitarra, ma chiaramente non gli basta. White vuole la sua band, la sua etichetta, il suo stile, vuole essere l’unico protagonista della storia. Con la produzione di un peso massimo del garage rock come Jack Diamond dei The Dirtbombs nel 1999 i The White Stripes debuttano con un album dedicato a Son House, il resto, ormai si può dire, è storia.
Dal 2012 al 2022 escono ben cinque album solisti firmati “Jack White”, più uno con i Dead Weather, segnalo anche la presenza del nostro a una puntata dei Muppets e la firma per un libro illustrato per bambini ispirato dal suo classico acustico: We’re Going to Be Friends. Si dice che White stia sperimentando, trascendendo le sue origini, ma la verità è che album come “Lazaretto” con l’anno 2014 non c’entrano una mazza e sono anche piuttosto imbarazzanti. La vaporwave è al culmine del suo periodo d’oro, il punk sofisticato e borghese dei Parquet Courts strappa applausi dalla critica, la scena garage revival in California è l’ultimo fortino del rock americano duro e puro, che riscopre le proprie radici nei grandi festival estivi, Jack White invece è invecchiato e assieme a lui il suo pubblico. La sua musica sembra riferirsi a un presente lontano anni luce da quello che lo circonda. La dislocazione temporale è solo all’inizio però, con l’ultimo album, “No Name”, White compie il salto dello squalo definitivo, da giovane speranza in anni in cui il rock non era più il genere mainstream che comandava le classifiche occidentali, a vecchio monolite che predica un dogma a una marea di adepti chiusi in una chiesa, mentre fuori il mondo va avanti. Se prima il suo pubblico lo plaudiva per il coraggio, ora festeggia come non mai di fronte a non uno, ma cento passi indietro: un sound blues e rauco alla White Stripes, ma senza l’urgenza degli anni giovanili, con un mestiere talmente ben calibrato da rendere di fatto “No Name” un prodotto con lo stesso valore artistico di un centrotavola floreale, bellissimo da vedere quando facile da dimenticare.
Non solo il rock di White è fresco come una panchina di ferro e cemento d’estate, ma è ugualmente pesante, con tutto il suo carico di nostalgia non richiesta in un momento in cui il rock si è allontanato dal racconto epico del quotidiano per abbracciare un intimismo che spesso (forse anche troppo spesso) evoca la cameretta da letto dell’eterno adolescente. I ritmi claudicanti e le chitarre post rock di album come “My Name Is…” (what is your name?, autopubblicato, 2023) ci mettono di fronte a un collasso generazionale difficile da ignorare, con dei testi mai all’altezza perché frutto di una crisi del linguaggio che dopo l’isolamento del COVID si è radicalizzata. Mai come oggi i mondi musicali ripiegano su se stessi senza soluzione geografica, Corea del Sud e Brasile sono il centro di nodi nevralgici che emergono dai grandi aggregatori di contenuti musicali come Rate Your Music, in una fitta rete di ibridazioni che hanno reso il gioco dei generi sempre più inestricabile, tanto da essere messo in discussione quotidianamente. In questo bellissimo, fragile, frammentato momento della storia della musica, Jack White scrive, suona e produce un album che sembra una collezione di scarti da “Get Behind Me Satan” (V2 Records, 2005), sotterrate da un marketing ingombrante e citazionismo totalmente a caso, sempre per alimentare una fumosa nostalgia utile perché gli evita di dover produrre qualcosa di nuovo, innovativo, diverso. Certo, non ha molto senso chiedere a Jack White, 49 anni, di cambiare le sorti del rock dopo una miriade di album bellissimi e fondamentali, ma in un periodo di sovra-produzione e in cui è difficile orientarsi nelle profondità del web per cercare musica nuova e interessante, perché perdere tempo a raccontarci di quanto suoni “Jack White” Jack White?
Se volete saperne di più dieci anni fa provai a tracciare la parabola discografica di White, il link lo trovate QUI.


