It feels like heaven – In memoria di David Thomas
«In 1975 it was hard to believe that anyone would have lived long enough to see the year 2000.»
David Thomas
«Ordunque il Padre Ubu scosse la pera, onde fu poi chiamato dagli Inglesi Shakespeare, e di lui, sotto questo nome, avete assai belle tragedie per iscritto.»
Alfred Jarry
Nelle intenzioni di David Thomas i Pere Ubu sono sempre stati una band pop. Sebbene lui stesso l’abbia ripetuto in diverse interviste, questa affermazione viene ancora oggi interpretata come una provocazione, come l’ennesimo coup de théâtre di un affabulatore amabile qual era Thomas. Nelle logiche rigide e dogmatiche della critica i Pere Ubu sono una band new wave/post punk, concetti che servono all’ascoltatore per orientarsi nel claustrofobico e instabile paesaggio musicale di “The Modern Dance”, “Dub Housing”, “New Picnic Time”, ma per Thomas queste etichette gli sono sempre sembrate un modo pigro e inefficace di descrivere quello che stava provando a fare con la sua band. I Pere Ubu erano pop in quanto partecipi del flusso vivente della musica popolare (non a caso nelle primissime uscite Thomas per descrivere la musica dei Pere Ubu parlava di “folk industriale”), il continuo gioco di riferimenti che la band costruiva partendo dai titoli delle canzoni (Muddy Waters, Mandy, Marlowe, Horses, Funk 49, …) era un modo per amplificare una rete di senso in cui Barry Manilow e i Police dialogassero con Alfred Jarry e Captain Beefheart senza soluzione di continuità, come una radio che non si spegne mai.
«So yes, we’re a pop band. We approach pop music as if it was blues music. Now in blues music, or most any folk music, lots of songs are interconnected. People just lift things from other guys and put it in their songs, it’s a communal experience. Well I steal things but I tell the person I’m stealing from, I’m honest about it. So Pere Ubu exists within the world of pop music.»
(Target Practice: David Thomas Of Pere Ubu Interviewed, Stuart Huggett, “The Quietus”, 8 febbraio 2013)
In questo continuo rubare e ricontestualizzare, Thomas ha creato un linguaggio assolutamente originale, una sorta di codice che per essere decifrato necessita di unire tutti i puntini nascosti nei vari album della sua carriera, in cui emergono storie, riflessioni, allucinazioni, ma mai un’autobiografia. Ciò che per Thomas è davvero l’ordinario e il quotidiano non è il racconto pedissequo delle proprie esperienze, ma la costruzione di storie che ne universalizzino il significato («Shakespeare made stuff up. Herman Melville made stuff up. It’s a damn story! What is so hard to comprehend in that? Mostly I see stuff and I think about what I see and then I report what I see.»)
Il significato… Thomas era fissato con il significato: «I don’t care about sounding good. I care about Meaning», la musica era un incidente di percorso, un linguaggio che casualmente riusciva a comprendere e scolpire a suo piacimento, ma avrebbe fatto volentieri a meno di tutto il circo che gli gira intorno. Fare tour, fare marketing, vendere album, aspetti collaterali che gli rubavano tempo e spazio, ma sopratutto energie. Eppure in quel mare di contraddizioni che lo distinguevano, non esitava a dire che il nome “Pere Ubu” fu scelto perlopiù perché suonava bene, il significato era qualcosa che accadeva ai margini del processo creativo, un elemento a uso e consumo dell’ascoltatore, che veniva fin da subito spaesato da un riferimento al teatro francese di fine ottocento.
Cosa lascia David Thomas alla storia della musica? Tante, troppe cose per essere riassunte come un elenco telefonico. Tra queste mi piace ricordare la sua inflessibile avversità alla novità. «“New” is a scam and a trap for the gullible, like student-types», non c’era niente che Thomas disprezzasse di più di quei critici rock che descrivevano il sound dei Pere Ubu come “sperimentale” o di “avanguardia”, due concetti vecchi e desueti, figli di una visione dell’estetica musicale morta e sepolta nei primi del novecento, che però viene tutt’ora usata come un mediocre espediente retorico per giustificare un giudizio dato con superficialità, come se l’innovazione fosse un metodo e come tale applicabile solo a certe condizioni. Thomas in questo seguiva quanto già detto da Marcel Duchamp, artista troppo spesso citato a caso da chi propone il dadaismo come pietra di paragone per la musica sperimentale:
«L’arte è prodotta da una serie di individui che si esprimono in maniera personale; non è una questione di progresso.»
Non c’è un prima e un dopo David Thomas, siamo ancora immersi nel durante, la sua voce non si è spenta ieri, ma risuona acuta e squillante dalle onde che s’infrangono sulle strade.

