Ha ancora senso scrivere di musica?
Ha ancora senso scrivere di musica? Da questa domanda, che un anno fa lasciavo bruciare nel mio studio chiudendo le persiane per paura che divampasse davvero anche nel mondo reale, è nata la newsletter che state leggendo in questo momento. In ogni pezzo firmato dai componenti della redazione la domanda che ne soggiace è sempre: ha senso scrivere questo articolo? Cosa abbiamo da dire? E quello che abbiamo da dire aggiunge effettivamente qualcosa, arricchisce l’esperienza di chi ci legge? Nel frattempo sono scoppiati incendi in tutto il mondo, uno di questi ha ridotto in cenere Pitchfork, e sempre più giornalisti si chiedono che senso abbia un mestiere in cui scrivi solo per un manipolo di appassionati, un mestiere che poi neanche lo è, perché non ci sono stipendi ma notule e cessioni di diritti, lavoretti che accatastati a malapena coprono le spese dei viaggi.
Qual è la vera causa della crisi? Analizziamola passo dopo passo:
Le principali case discografiche hanno deciso di poter vivere comodamente sfruttando la musica del passato e gli ascoltatori passivi. Lanciare nuovi artisti era troppo difficile; molto meglio continuare a riproporre le vecchie canzoni.
Così, le major (e i gruppi d’investimento) hanno iniziato a investire ingenti somme nell’acquisizione di vecchi cataloghi musicali.
Nel frattempo, le piattaforme di streaming hanno incoraggiato un ascolto passivo, al punto che le persone non conoscono nemmeno i nomi delle canzoni o degli artisti.
La situazione ideale per loro sarebbe indirizzare gli ascoltatori verso tracce generate dall’intelligenza artificiale, di proprietà della piattaforma stessa, in modo da non dover mai pagare royalties ai musicisti.
Queste strategie hanno funzionato. Gli appassionati di streaming non prestano più molta attenzione alla musica nuova.
Ted Gioia, Why Is Music Journalism Collapsing?, “The Honest Broker”, 18 gennaio 2024
Ted Gioia, una leggenda vivente del giornalismo musicale, nella sua personale newsletter qui su Substack punta il dito verso un mercato troppo ottimizzato, in cui si incoraggia l’ascolto passivo, dove la musica diventa sempre di più passatempo, melodie per riempire il silenzio tra una attività e l’altra.

