This is rock and roll brother!
Una volta ho scritto un post
È il 1956. Steve è un manager convinto che le big band jazz siano ormai al capolinea, pur non sapendo bene che cosa avrebbe potuto riserbare il futuro. In auto con lui c’è Corny, ex contrabbassista altrettanto disilluso dalle fanfare dell’industria musicale. Dopo un paio di svolte si fermano a Strawberry Springs, un paesino da 1472 anime, attirati da un certo fermento attorno a un locale da cui fuoriesce una musica indiavolata. Al suo interno, una folla di giovani bianchi, figli della buona borghesia americana, balla senza freni, lasciando i segni delle scarpe sul parquet. Parlando usando i loro “slang”, masticano gomme zuccherate, i ragazzi hanno i capelli inzuppati di brillantina, le ragazze saltano e volano tenendo il tempo. I due amici rimangono sconcertati dall’euforia che brucia la sala da ballo, Steve si chiede ad alta voce: «This is boogie? This is jive o this is swing?». Corny prende l’iniziativa e procede cauto nella sala concerto verso una coppia che sta volteggiando follemente. Si avvicina alla ragazza, in quel momento a testa all’ingiù, e gli chiede che razza di musica stanno suonando. Lei risponde elettrizzata: «This is rock and roll brother! We’re rocking the nite!».
Comincia così Rock Around the Clock, uno dei 51 film diretti da Fred F. Sears tra il 1948 e il 1957, tra le primissime rappresentazioni del fenomeno culturale noto all’epoca come «rock and roll». Se ancora oggi sentiamo ancora la necessità di ascoltare, ballare e scrivere di musica rock, lo dobbiamo all’incredibile successo commerciale che il genere ebbe dalla seconda metà degli anni Sessanta fino alla fine degli anni Novanta. Oggi quelle stesse sonorità sono frammentate: si muovono tra idiomi musicali inusuali, attraversano scene internazionali collegate da un tag su Bandcamp. Dal riempire gli stadi, il rock sta progressivamente tornando nelle bettole da cui era partito.
Oggi scrivere di rock è anacronistico solo se ci si ostina a concepirlo come espressione dominante e non come linguaggio in mutazione. Non è un caso se in gran parte delle retrospettive e nelle classifiche dei classici, trovarci qualcosa di precedente al 1964 è quasi impossibile. Questo perché perfino la storia del rock si comincia a raccontarla dal 1964, quando il genere diventa un fenomeno mainstream per famiglie, cioè sedici anni dopo il successo di Good Rocking Tonight cantata da Wynonie Harris.
Nel 2012 aprivo un blog battezzandolo con il titolo di un post del 2008 – scritto su Splinder, piattaforma ormai dimenticata – in cui confessavo la mia dedizione al sacro furore elettrico. Quel blog nel suo momento di massima ricezione mi ha aiutato a pagarmi questa passione, che oggi è un lavoro a tutti gli effetti. Tuttavia WordPress, che finora aveva ospitato i miei articoli, si è progressivamente mutato in una trappola di plugin, estensioni a pagamento, frammenti HTML intoccabili e un editor intuitivo quanto un manuale di fisica quantistica. In questi ultimi anni la frustrazione che mi prendeva nel gestire il blog aveva superato di gran lunga il piacere di tenerlo. Ecco perché adesso sono qui, su Substack, un posto che ho imparato a capire anche grazie a Ubu Dance Party: un laboratorio di critica musicale permanente in cui un manipolo di giovanissimi scrive cose bellissime che escono a cadenza mensile. È stato il loro entusiasmo a farmi venire voglia di tornare sul Sassofono, di dargli un’altra possibilità.
Per cui eccoci qui. C’è chi arriva con l’importazione del file CSV con tutti i vecchi abbonati, chi ha imparato a conoscermi su YouTube e qui su Substack tra Ubu e Digressioni. La testata prosegue il suo percorso critico, aggiornando gli strumenti ma non la sua identità. Se riprenderò con l’attività video, la troverete integrata in questo spazio: Una volta ho suonato il sassofono non verrà stravolto, ma doveva necessariamente evolversi per non morire.
Spero che questa nuova veste si riveli uno spazio di lettura e riflessione migliore della precedente. Sarò anche un critico, ma l’unico giudizio di cui mi importa davvero è sempre stato solo il vostro.
Bene, dove eravamo rimasti?
«Una volta ho suonato il sassofono» è uno spazio critico abrasivo, tutte le opinioni espresse sono il frutto di interminabili emicranie notturne, si prega quindi di trattarle con la dovuta attenzione e contestarle con altrettanto fervore. Speaking in tongues, it's worth a broken lip…



