Che genere fanno i Tool?
Sono sicuro che da qualche parte dev’esserci un culto dei Tool in cui si passano l’ostia dicendo: «Corpo di Keenan», «Ænima!» ma a parte le mie supposizioni, i Tool restano una delle realtà più rispettate dell’intero panorama metal di fine anni ‘90 inizi anni 2000, e solo un elemento della loro esistenza continua produrre controversie: il genere. Che genere fanno i Tool?
Giustamente si è sempre fatto notare che in gruppi come i Tool, dove la sperimentazione dei confini stilistici spesso si coniuga ad una precisa linea estetica, che sembra più una forzatura quella di affibbiargli una targhetta che una necessaria espressione della loro musica. Ma il problema qui non è tanto con le band sperimentali, ma nel sistema stesso delle categorie e dei generi musicali dentro grandi filoni stilistici, come il rock.
A cosa dovrebbe servire la catalogazione in generi e sottogeneri? Di certo non al musicista! Il pachidermico sistema di archiviazione e schedatura delle band in generi serve esclusivamente all’ascoltatore per orientarsi nella vastità dell’offerta musicale. Il genere sostanzialmente è un indicatore di prossimità, ti informa, con un certo grado di interpretazione, della vicinanza di stile e approccio tra diversi artisti. Ti piace il suono dei Led Zeppelin? Probabilmente ti piaceranno i Deep Purple! Ti piace il suono dei The Bats? Probabilmente ti piaceranno i Chook Race! E così via.
Il problema sorge quando questo sistema di orientamento diventa un sistema di pre-giudizio, per cui la data band che passa dal punk hardcore al synth pop, sta “tradendo” le sue origini! Questa degenerazione, in cui i generi e i sottogeneri vengono interpretati come categorie a priori della realtà, rende il genere non una traiettoria più o meno definita che va incontro al fruitore per orientarsi, ma una trappola stilistica per i musicisti, i quali si sentono costretti a rispettarne i canoni pena la disaffezione dei fan. Questo sebbene i Black Sabbath non pensavano certo di aver inventato l’heavy metal, né i Ramones si sentissero più punk dei Beatles, per quanto ne pensassero i loro ascoltatori.
Ma quindi ha senso definire un genere per gruppi come i Tool? Certo, basta che non sia un modo per definirne la musica a priori, ma per descriverne una prossimità. “Progressive metal”, forse la più banale tra tutte le definizioni mai date alla musica del Tool, è anche la più significativa delle sue caratteristiche. In uno spettro di prossimità che va dai The Mars Volta passando per Primus, Pink Floyd, arrivando al grunge degli anni novanta e l’espressività degli Swans, in “progressive metal” c’è tutto. La dimensione progressiva fortemente narrativa e l’urgenza nostalgica hard rock che si contamina col suono più pesante del metal, è una delle tante declinazioni della musica rock degli anni novanta. La sezione ritmica dei Tool non è estranea a quella di Spoonman dei Soundgarden, la progressione dei loro pezzi ricorda quella della band di Omar Rodríguez-López, l’aspetto dark industriale non è lontano dai primi Nine Inch Nails. Siamo, insomma, in una prossimità accettabile.
Giocare con i generi può anche essere divertente, un modo per scovare vicinanze improbabili e accostamenti urticanti, ma il mio consiglio è quello di non esagerare, che rischiate di diventare ciechi.


