Breve storia di come abbiamo perso il possesso sulla musica
La storia dell’industria discografica non è meno soggetta a leggende urbane e agiografie di quella degli artisti. Ed esattamente allo stesso modo vi è la narrazione di un passato illuminato in contrasto con l’attuale epoca buia.
Idealizzare ciò che c’era prima è qualcosa che facciamo quando il futuro ci mette di fronte all’incertezza. La nostalgia non è solo un luogo nel quale rifugiarsi, ma è anche proiezione di quei sentimenti che vorremmo riscoprire nel futuro. Idealizziamo l’industria musicale con la quale siamo cresciuti, e cerchiamo di trovarne corrispondenza nel presente non perché sia effettivamente meglio così per la musica e per gli artisti, ma perché ci mette in pace con i noi del passato che ancora riuscivano a meravigliarsi di fronte a un disco. Orientiamo le nostre speranze su un feticcio fisico invece che riporle nella musica.
L’idea di possedere la musica è qualcosa di relativamente recente, ed è conseguenza diretta della rivoluzione industriale. Prima dell’avvento del mercato discografico la musica che ascoltavano i ricchi era ben diversa da quella di cui fruiva la maggior parte della popolazione, non esisteva insomma la popular music.
Quando state leggendo un libro di Storia della Musica dovete sempre tenere in mente che prima dell’avvento della cultura di massa, la cultura dominante era quella commissionata dalle classi benestanti, tutto il resto era frammentato in tradizioni orali regionali, spesso non in dialogo tra di loro. Le persone viaggiavano molto meno, e chi era fuori a lavorare tutto il giorno era anche scollegato dai grandi eventi che sconvolgevano il mondo, in particolare quelli artistici. L’attuale modello di industria musicale non si basa però né sull’editoria musicale della prima metà dell’Ottocento, né sui modelli alternativi di fruizione (sui quali ci soffermeremo tra un attimo), ma su un incontro tra i due, dettato dalla necessità di adattamento che l’intero settore ebbe dopo l’invenzione del fonografo.
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